Tre k.o. di fila non sono più un episodio: sono una tendenza. Gravina, i miracoli riescono a Castel di Sangro, ammesso che fossero miracoli. Adesso, però, cavoli nostri.

analisi Facebook di Roberto Beccantini -
Ecco, la musica è finita e "Slavina" si è dimesso. O meglio, ha capito che avrebbe dovuto farlo. Meglio ancora, l’hanno costretto a farlo. In carica dal 2018, campione d’Europa nel 2021, paga – a 72 anni – due bocciature mondiali su tre (non la prima, riconducibile alla ditta Ventura-Tavecchio); un sacco di riforme millantate e tradite; l’uscita sulla gaffe di Arianna Fontana "sciatrice" e degli sport "dilettantistici".

Con Gravina, via Gattuso e via Buffon

Non è la soluzione dei problemi. E’ un atto. E’ un passo. Adesso il popolo re è nudo: non ha più alibi. Gabriele Gravina non è nostro padre: è nostro figlio. Venne eletto con maggioranza bulgara e i giornalisti – non tutti, per fortuna – lo hanno sopportato, se non addirittura supportato, sino ai rigori di martedì. Ci fosse andata bene, sarebbe ancora lì.
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Il 22 giugno sceglieranno il nuovo Capo. Si parla di Abete (c’era una volta) o di Malagò («non» ci sarà mai una volta?). Non dispiace l’idea di un Maldini, di un Baggio, di un Del Piero. Ma a che titolo? Con che potere? Siamo sempre lì. A un ventennio fa. I vivai, la serie A a 18 squadre, il professionismo arbitrale, gli stadi di proprietà: copia e incolla. Mi piacerebbe che la "cantera" tornasse al calcio di strada caro a Cruijff. Che i bambini venissero tarati per come dribblano e non per come fanno l’elastico. La qualità rimane – o almeno dovrebbe rimanere – la prima bussola. Non mi illudo. Così come credo che il ct sia l’ultimo dei grattacapi. Con il ballottaggio Totti-Del Piero, Lippi vinse il Mondiale. Senza, quattro anni dopo, uscì al primo turno. Girano i ritorni di Conte e/o Mancini. Siamo un Paese che si attorciglia su sé stesso. Vorremmo restare giovani, ma i giovani non li facciamo giocare.

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