Il quadriennio di Allegri al Milan meritava una fine diversa. Fece bene perché capì cosa serviva al Milan. Da avversario mai parole velenose.
A differenza di Stefano Pioli – al quale i tifosi rossoneri hanno tributato il giusto omaggio un anno fa – l’addio al Milan di Massimiliano Allegri non aveva avuto il doveroso epilogo. La sua storia rossonera era terminata in una triste notte emiliana. Una sconfitta in rimonta, un post-gara difficile, il destino che appariva segnato. La mattina dopo la notizia dell’esonero ed il subentro di Clarence Seedorf, in arrivo direttamente dal Brasile. Al Milan nel quadriennio 2010-2014 il lavoro di Massimiliano Allegri era stato prima apprezzato, poi discusso, alla fine persino oltraggiato. Tutto questo fa parte degli umori ballerini del calcio e di un clima non positivo che era aleggiato sul Milan durante l’ultima parte dell’esperienza rossonera di Allegri.
Gli umori del calcio...
Meritava un addio diverso Massimiliano Allegri perché quando era arrivato al Milan – nell’estate del 2010 – il club rossonero doveva ritrovare l’entusiasmo perduto, travolto dal Triplete nerazzurro. Era un momento di crisi delle certezze per il Milan, con i tifosi rossoneri che nell’ultima partita di campionato avevano individuato il responsabile delle non vittorie addirittura in Silvio Berlusconi. “Presidente bocciato, assente ingiustificato”. Si proprio Berlusconi, lo stesso Berlusconi al quale qualche giorno fa sono stati dedicati cori nostalgici (“C’è solo un Presidente”). Il calcio è questo e gli umori del calcio sono come gli indici della Borsa. Salgono e scendono.
Allegri allenatore duttile e preparato
Nell’estate del 2010 Massimiliano Allegri ha iniziato a costruire un Milan post-ideologico. Senza la sua scelta dei tre mediani lo scudetto numero 18 non ci sarebbe stato. Il Milan del trittico Gattuso – Pirlo – Seedorf aveva fatto la storia del calcio, ma il contachilometri iniziava ad essere impietoso. Il centrocampo rossonero aveva bisogno di muscoli, energia, reattività. Allegri veniva da una proposta di calcio diversa, più tecnica ed ariosa. A Cagliari aveva impressionato per la qualità del gioco espresso. A Milano però Allegri capì quasi subito che per arrivare al risultato serviva un percorso diverso. E lo mise in pratica.
Un primo ed un secondo posto nei suoi primi due anni. Oggi i secondi posti vengono sottolineati giustamente come meriti; all’epoca, invece, apparivano onte incancellabili. Il terzo anno di Milan Allegri fece un capolavoro. Venduti Ibra e Thiago Silva, pensionati quasi tutti i vecchi pirati, il Milan 2012-2013 appariva una barca alla deriva. Col lavoro e con la resilienza, vera e propria dote allegriana, il tecnico livornese riuscì a superare un inizio horror e a portare la squadra al terzo posto in campionato. Nel girone di ritorno il suo Milan ebbe una media punti da scudetto.
Nell'estate 2013 Allegri commise l’unico errore del suo percorso rossonero. Rimase al Milan pur essendo in scadenza di contratto. Mai farlo, soprattutto in un ambiente come quello rossonero dell’epoca. E così nacquero i prodromi dell’esonero del 12 gennaio 2014, un esonero brutto, in cui chi aveva contribuito a dar lustro alla storia rossonera non ebbe nemmeno i giusti onori.
La signorilità di Allegri
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